Sostenibilità, inclusione, responsabilità sociale e benessere delle persone sono entrati stabilmente nella comunicazione di molti brand. Dichiarare dei valori, però, è molto più semplice che trasformarli in decisioni, comportamenti e processi aziendali coerenti.
Il problema nasce quando una causa viene utilizzata per rendere il brand più attuale, vicino al pubblico o socialmente responsabile, senza che l’impegno dichiarato trovi un riscontro concreto. È in questa distanza tra parole e azioni che prende forma il purpose washing.
Non si tratta soltanto di una campagna poco credibile o di uno slogan troppo ambizioso. Il rischio è costruire un’identità pubblica del brand che l’azienda, nella pratica, non riesce a sostenere


Il brand purpose rappresenta lo scopo più ampio che guida un’organizzazione: il contributo che vuole offrire oltre alla vendita dei propri prodotti o servizi. Può riguardare l’ambiente, le persone, il territorio, l’accessibilità, l’inclusione o altri temi rilevanti per l’impresa e per la comunità in cui opera.
Il purpose washing si verifica quando questi valori vengono promossi soprattutto sul piano della comunicazione, senza essere accompagnati da scelte aziendali coerenti.
Un brand può, per esempio, parlare di inclusione attraverso campagne e contenuti social, mentre le sue politiche interne non riflettono lo stesso impegno. Può dichiarare attenzione verso l’ambiente senza intervenire concretamente sulla produzione, sulla filiera o sull’utilizzo delle risorse. Oppure può raccontare una cultura fondata sul benessere, mentre l’esperienza quotidiana dei collaboratori suggerisce il contrario.
In situazioni simili, la comunicazione rende visibile un problema che riguarda l’intera organizzazione. Il messaggio può essere efficace, ben scritto e coinvolgente, ma non basta a rendere credibile ciò che racconta.
Il purpose washing non è solo un errore di comunicazione
Quando una campagna valoriale appare opportunistica, è facile attribuire il problema al marketing: al tono scelto, a una promessa esagerata o a uno storytelling troppo costruito.
Spesso, però, l’incoerenza nasce più in profondità.
Se un valore non orienta almeno in parte le decisioni dell’impresa, la comunicazione rischia di anticipare una realtà che ancora non esiste. Il purpose rimane così confinato nei manifesti aziendali, nelle presentazioni istituzionali o nei contenuti pubblicitari, senza incidere sul modo in cui l’organizzazione lavora.
La comunicazione del brand può definire il purpose, renderlo comprensibile e farlo conoscere, ma non basta a renderlo credibile. Servono comportamenti capaci di dimostrarlo nel tempo.
Per questo, prima di trasformare un valore in una campagna, è utile chiedersi quanto quel principio sia già riconoscibile nelle attività dell’azienda. Non soltanto agli occhi dei clienti, ma anche di dipendenti, collaboratori, fornitori e partner.


Come riconoscere il purpose washing
Non ogni incoerenza può essere considerata automaticamente purpose washing. Le aziende possono commettere errori, attraversare fasi di cambiamento o non avere ancora raggiunto tutti gli obiettivi prefissati.
Esistono comunque alcuni segnali che possono rendere una comunicazione valoriale meno credibile:
- Grandi dichiarazioni accompagnate da poche azioni concrete, progetti o investimenti riconoscibili
- Valori comunicati soltanto in occasioni favorevoli, durante ricorrenze o trend particolarmente visibili
- Espressioni generiche e difficili da verificare, come “impatto positivo” o “azienda responsabile”, non sostenute da obiettivi chiari
- Distanza tra il racconto pubblico e l’esperienza interna delle persone coinvolte nell’organizzazione
- Assenza di continuità, con campagne isolate che non trovano seguito nelle attività successive
- Comunicazione esclusivamente celebrativa, che mostra i risultati ma non riconosce limiti, criticità o aree di miglioramento
La credibilità del purpose non dipende dalla perfezione dell’azienda. Dipende soprattutto dalla capacità di spiegare che cosa sta facendo, quale direzione ha scelto e quali passi deve ancora compiere.
Perché il purpose washing può danneggiare il brand
Uno dei rischi più evidenti riguarda la brand reputation. Una promessa valoriale crea aspettative che vanno oltre la qualità del prodotto: coinvolge l’identità dell’impresa e il rapporto di fiducia costruito con il pubblico.
Quando i comportamenti contraddicono apertamente il messaggio, il brand può essere percepito come opportunista. E quanto più la comunicazione è stata enfatica, tanto più evidente può apparire la distanza dalla realtà.
Un altro rischio emerge all’interno dell’organizzazione. La coerenza tra comunicazione esterna ed esperienza quotidiana può rafforzare il coinvolgimento dei collaboratori. Al contrario, una differenza evidente tra ciò che l’azienda racconta e ciò che le persone vivono rischia di generare sfiducia e disaffezione.
Il purpose washing contribuisce inoltre a rendere il pubblico più diffidente verso qualsiasi comunicazione legata a temi sociali o ambientali. A essere penalizzate non sono quindi soltanto le aziende incoerenti, ma anche i brand che stanno portando avanti percorsi seri e verificabili.


Prima i fatti, poi il racconto
Per ridurre il rischio di purpose washing, è utile non partire dal messaggio, ma dalle azioni che possono sostenerlo.
Un purpose credibile dovrebbe essere collegato alla storia dell’azienda, al suo modello di business e al contributo che può realisticamente offrire. Dovrebbe poi tradursi in responsabilità definite, politiche interne, investimenti, obiettivi e strumenti di misurazione.
Marketing e comunicazione difficilmente possono affrontare questo lavoro in modo isolato. È necessario il confronto con la direzione e con le funzioni aziendali coinvolte nelle promesse che il brand sceglie di rendere pubbliche.
Conta anche la trasparenza. Raccontare un percorso ancora incompleto non indebolisce necessariamente il brand. Ammettere le difficoltà, comunicare i progressi e indicare i prossimi obiettivi può risultare più credibile di una rappresentazione impeccabile, ma poco realistica.
Prima di lanciare una campagna valoriale, quindi, non basta domandarsi se il messaggio sarà coinvolgente. Serve verificare se l’organizzazione è pronta a sostenerlo attraverso le proprie scelte.
In breve
- Il purpose washing nasce dalla distanza tra i valori comunicati e i comportamenti reali dell’azienda
- Non riguarda soltanto il marketing, ma può coinvolgere cultura interna, processi, investimenti e decisioni operative
- Campagne isolate, affermazioni generiche e assenza di prove concrete possono ridurre la credibilità del messaggio
- L’incoerenza può danneggiare la reputazione e il rapporto con clienti, collaboratori e partner
- Un purpose credibile richiede continuità, trasparenza e azioni verificabili
- La comunicazione dovrebbe raccontare un impegno già avviato, non sostituirsi ad esso



